Ti conosco, mascherina!

Le maschere, tipiche del teatro greco antico, avevano svariate funzioni tuttora oggetto di dibattito tra gli studiosi, ma il loro utilizzo porta con sé significati profondi che riverberano fino alle serie tv dei giorni nostri

 

A teatro, adesso, gli attori non ne indossano più di maschere. Gli spettatori possono osservare anche il più piccolo mutamento di espressione, che sia una sottile ruga o una tensione nelle gote che fa affiorare sul volto del personaggio una profonda angoscia. Ma non è sempre stato così, la tragedia è nata priva di sguardi disperati e la commedia sprovvista di buffe espressioni. Nella Grecia antica, terra natale di questi generi teatrali, la maschera veniva chiamata semplicemente pròsopon, “viso”, ed era essenziale e immancabile in tutte le rappresentazioni. Non deve però sorprendere che gli spettatori antichi fossero privati degli sguardi disperati di Giocasta e di Agamennone, perché dopotutto ben pochi avrebbero potuto notarli, vista la dimensione dei teatri antichi. La distanza dalla scena era tale che gli spettatori più lontani riuscivano a malapena a distinguere gli attori, pertanto era necessario che ogni personaggio fosse ben riconoscibile in tutte le sue caratteristiche. Ma l’utilità delle maschere non si fermava qui, come spiega Laura Bigoni, accademica dell’Università di Strasburgo ed esperta di teatro antico. Consultata sul tema, ha premesso: “Quasi tutte le fonti che trattano del teatro classico sono tarde e non sempre affidabili, perciò la ricostruzione di molti aspetti delle messe in scena rimane basata perlopiù su ipotesi, compreso l’utilizzo delle maschere”. Per esempio, negli anni ’70 lo studioso inglese Harold Baldry ipotizzò che fossero sfruttate anche per amplificare la voce di chi le indossava, ma la teoria è ad oggi ancora oggetto di dibattito. Non è però messa in dubbio la loro importanza per permettere agli uomini di interpretare ruoli femminili, dato che le donne non erano ammesse alla recitazione pubblica.

Ma le maschere non erano solo strumenti scenici. Tragedie e commedie attingevano a miti e storie già conosciute dalla popolazione, perciò ogni cittadino poteva riconoscere nelle caratteristiche di ogni maschera il personaggio che rappresentava, dal grande condottiero coraggioso all’avido ricco, dal satiro allo schiavo. Le maschere mettevano subito in chiaro tutto, anche per i meno colti, e la messa in scena diveniva così più piacevole e meno faticosa: ognuno sapeva già cosa aspettarsi da quei personaggi. Le maschere hanno dopotutto sempre avuto questo effetto secondario, ossia di accentuare fino all’inverosimile i tratti caratterizzanti dei personaggi. Da allora son passati due millenni e mezzo, e le maschere non sono più utilizzate, tranne in rari casi, per recitare, ma questa tendenza a rendere i personaggi archetipi della categoria che rappresentano è rimasta. Dopotutto, funziona ancora così, quando in un film entra in scena un energumeno con la faccia butterata noi spettatori ci possiamo rilassare nella confortevole sensazione di saper già tutto di lui. La maschera porta il personaggio che la indossa a diventare caricatura di se stesso.

 

Un pezzo del mosaico rappresentando una maschera del teatro antico nelle Casa de Fauno a Pompei

Oggi, nell’ambito delle serie tv, questo processo è chiamato flanderisation, dal personaggio de I Simpson Ned Flanders. L’amichevole vicino di Homer ha avuto, come molti altri personaggi della serie, un’involuzione da individuo unico e sfaccettato a semplice macchietta dotata di tre sole caratteristiche: bontà, religiosità e bigottismo. La flanderisation pare essere una trappola in cui cadono quasi tutte le serie tv, da Spongebob fino a The Office. Tuttavia, come si diceva, non è nulla di nuovo, pur essendo passati millenni da Aristofane a Netflix, le mascherine non hanno mai smesso di essere amate dal grande pubblico.

D’altronde, come faceva Aristotele, ci piace categorizzare. Farlo ci dona un senso di ordine e ci aiuta a dare chiarezza a un mondo altrimenti confuso e dai contorni sfumati. Le maschere le abbiamo tolte ai nostri personaggi, ma continuiamo comunque a usarle quotidianamente come filtri per interpretare la realtà. Non c’è niente di più rassicurante di un personaggio che si adegua allo stereotipo che gli abbiamo affibbiato, che si incasella perfettamente nella categoria che gli abbiamo predisposto. L’importante però è non dimenticarsi che sotto quella maschera c’è un viso, incatalogabile e unico fino alla più piccola ruga a lato d